giovedì 26 novembre 2009

Lezioni di giornalismo

In Italia esiste un giornale fondato da Indro Montanelli. Che di certo si starà rivoltando nella tomba alla sola idea di ciò che è diventata la sua creatura. In verità, già in vita se ne pentì dopo poco tempo tanto che lasciò la testata de "Il Giornale" dopo, se non mi sbaglio, circa un anno.
Oggi questo fior fiore di esempio di giornalismo all'italiana - in trincea con il padrone, per il padrone e contro ogni individuo che si permetti di intralciare il disegno del padrone - è riuscito persino a sorprendere.

Il bravissimo Feltri - che onestamente manderei a zappare la terra - ha fatto delle persecuzioni al suo "nuovo" padrone il cavallo di battaglia dei suoi editoriali. Ma per non suonare sempre la stessa campana, un suo giornalista si è inventato le auto-persecuzioni. Qualcosa di meraviglioso.
Giorno 18 novembre alla sede genovese della redazione de "Il Giornale" arriva una lettera minatoria firmata Br. C'erano minacce nei confronti della redazione, del capo della sede Massimiliano Lussana e del giornalista collaboratore Guzzardi, «colpevoli» di aver compiuto inchieste giornalistiche sulla Valbisagno.

Come sempre, si sprecano gli attestati di stima e solidarietà per i giornalisti del quotidiano che si è sempre distinto per la sua serietà e per la capacità di portare avanti le proprie battaglie sempre contraddistinte da una grande onestà intellettuale (!).
Una settimana dopo, però, si scopre che la lettera in realtà se l'è scritta il giornalista Francesco Guzzardi da solo. Si sentiva trascurato. E che diamine, è mai possibile che nel Paese dove tutti fanno le vittime, nessuno si sia mai preoccupato di "martirizzarlo"? E allora il furbacchione ha pensato bene di auto-perseguitarsi. Complimenti, davvero. Sono sempre più orgoglioso di condividere con tutta sta gente la cittadinanza italiana.

Ma prima o poi, un barcone lo prendo io. Al contrario, però. E con su scritto "Ma dove cazzo andate???"

ps ancora ieri, prima che lo stesso Guzzardi si autodenunciasse, sul sito online del quotidiano di casa Berlusconi usciva un articolo a firma dell'auto-perseguitato. Come si fa a non ridere (o piangere, dipende dalle proprie capacità di autocontrollo) di queste parole?
«
Adesso sono arrivate le minacce sotto forma di volantino anonimo. Lasciamo alla polizia il compito di svolgere le indagini e risalire ai colpevoli. Non ritengo giusto né strumentalizzare, né sottovalutare un simile episodio che può diventare foriero di un’escalation di violenza. La Valbisagno non se lo merita. Come quelli che veramente la amano».

mercoledì 11 novembre 2009

Quel Muro di serie B


Tutto il mondo ha appena smesso di emozionarsi per il ricordo di quel lontano 9 novembre 1989. Cadeva un muro e, come i più affermano, nasceva un nuovo mondo. Niente più divisioni, fine della guerra fredda, una sola terra un solo popolo.

Poi capita di chiudere i giornali e di spegnere la TV. E di accendere il cervello. E allora cominci a mettere a fuoco le cose. Ma di cosa stiam parlando? Niente più divisioni? Basta tensioni? Tutti un solo popolo?
Penso solo ad un clamoroso esempio, di cui la maggior parte delle genti ne ignora persino l'esistenza: il Muro d'Israele. Quello che loro chiamano elegantemente "barriera di separazione israeliana", una sorta di chiusura di sicurezza.

La sua costruzione iniziò nel 1987 e, nonostante i ripetuti interventi della Corte internazionale di giustizia, ancora oggi non si smette di erigere migliaia di chilometri di alte e spesse mura di cemento. Lunga 730 Km, la barriera ingloba la maggior parte delle colonie israeliane e la quasi totalità dei pozzi d'acqua.
Alcune zone palestinesi si sono viste sottrarre il 60% dei loro terreni agricoli, altre si sono viste negate la possibilità di accedere ai pozzi d'acqua; addirittura, vi sono città come Qalqilya che non solo sono private della loro terra, ma vengono persino separate sia dalla Cisgiordania che da Israele. Divengono, in pratica, terra di nessuno. Ma con dentro 50.000 abitanti.

A qualcuno può sembrare di ritornare all'immagine medievale di fortezze alte e spesse, intervallate da ingombranti torri. Ma queste mura, in particolare a Gerusalemme, sono costituite da barriere elettrificate, trincee, pareti di cemento armato e apparecchi rilevatori di movimento. Con un pò di fantasia, ma neanche troppa, queste immagini mi ricordano più i lager.

Persino la Chiesa, quella dell'indignazione per un crocifisso in meno, ha preteso da Israele che fossero inclusi monasteri e chiese dalla parte israeliana della barriera per ragioni di sicurezza. La stessa "Chiesa libera e povera" di cui parla Ratzinger.
Ci sono Mura e mura, così come ci sono Mondi e mondi. Il nostro è sempre migliore, di quello degli altri... chissènefrega!

mercoledì 4 novembre 2009

Crocifisso sì o no, questo è il problema


“Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità”

(Giovanni 4:24)


Così parlò Gesù. Ma oggi coloro che si professano cristiani cattolici si indignano per la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo parlando di «visione parziale e ideologica» esprimendo al contempo «stupore e rammarico».

Ancora oggi, adoriamo i “simboli”: che sia un crocifisso o una statua poco importa. D’altronde il cattolicesimo tutto ha fondato la propria esistenza esaltando l’aspetto “materiale” della fede. Il popolo ha bisogno di riconoscere e riconoscersi – da che mondo è mondo – in simboli. E la Chiesa, di certo, non hai mai perso occasione per diffondere l’uso di oggetti fortemente identificatori, il crocifisso su tutti.


Io non lo so se sia giusto o sbagliato stabilire per legge se un crocifisso si possa o meno esibire in bella vista in un ufficio pubblico, in una scuola o non so dov’altro. Ma mi chiedo: davvero il mondo cattolico pensa che non esporre il crocifisso nelle scuole possa mettere in dubbio o addirittura in pericolo la “nostra fede”? La fede è un dono di Dio. E chi ha la fortuna di averla ricevuta dovrebbe impegnarsi nel far sì che i suoi principi fondamentali siano diffusi il più e il meglio possibile.

Gesù non ci ha insegnato a riconoscerci in un simbolo ma nell’Amore. Solo chi “ama gli altri come se stesso” può dirsi figlio di Dio, non chi venera o adora un crocifisso. Non basta ostentare la propria fede e il proprio amore per il prossimo quando tutti son d’accordo con noi, ma è proprio nel momento in cui vanno delineandosi le diversità che occorre seguire l’esempio di Cristo.


Chi ritiene che il crocifisso non sia solo un simbolo come tanti altri ma davvero lo considera un “segno di offerta di amore di Dio e di unione e di accoglienza”, perché non lo porta con sé? Perché una propria convinzione debba per forza e con forza essere imposta ad altri?

A dire il vero, un saggio affermava che “dovremmo noi pendere dalla croce piuttosto che la croce pendere dal nostro collo”.

Per chi ha la certezza che Dio sia in ogni luogo ed in ogni cosa, che necessità ha di simboli che ci identificano quali seguaci di Cristo?


La fede di un vero cristiano, per essere riconosciuta, deve solo essere dimostrata con i fatti, secondo quanto insegnatoci da Gesù stesso: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri”.

Lasciate perdere i crocifissi e le statue e l’adorazione dei santi. Spendiamoci per gli altri, per Amore, e soprattutto, con Amore.

mercoledì 28 ottobre 2009

Rosolini sotto una montagna di merda


Da Repubblica.it del 27/10/2009:

Finisce su una tv locale il racconto, raccolto il giorno dei funerali di Stato per le vittime di Messina
"Io non ci capisco niente, chissà quanti decreti firmo senza sapere"
E il Governatore Lombardo ammise
"Le mie firme per una casa a rischio"
"Ho declassificato il rischio di un'area del comune di Rosolini
dove un consigliere comunale deve farsi l'abitazione"


ROMA - "Chissà quanti decreti di declassificazione del rischio firmo senza sapere, ce ne ho tante di carte". Sono le parole del governatore della Sicilia Raffaele Lombardo, registrate dall'inchiesta di Francesco Chindemi mandata in onda da Reggio Tv e ripresa dal sito strill.it. Il giorno dei funerali di Stato per le vittime dell'alluvione che ha colpito il messinese il primo ottobre scorso, Lombardo parla con un suo collaboratore, ammettendo di aver firmato permessi per costruire case in zone a rischio. Ecco due stralci della conversazione del governatore: La trascrizione. "Senta, facciamo una cosa, guardi che io martedì devo riferire. Lei mi prepari cortesemente tutte le carte, poi però mi dovete spiegare, che io non ci capisco niente di questa "declassificazione del rischio finalizzata a costruire". E poi racconta: "Sapete cosa ho firmato io? Ho firmato un decreto relativo a una delibera di giunta a seguito di uno studio portatomi, in base al quale ho declassificato il rischio di un'area del comune di Rosolini, dove un consigliere comunale deve farsi la casa. E' sul letto di un torrente e io ho firmato il decreto per declassificare il rischio. Capite? chissà quanti ne firmo senza sapere, perché c'ho tanto di carte..." Contattato dallo stesso autore dell'inchiesta, il presidente della Regione, ha risposto soltanto: "E' una vicenda già nota a cui stiamo già provvedendo".
(http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/cronaca/messina-frana/inchiesta-reggiotv-lombardo/inchiesta-reggiotv-lombardo.html)

Adesso noi vogliamo nomi e cognomi dei responsabili, da quello del consigliere cui fa riferimento Lombardo fino a i firmatari di quello studio. E poi vogliamo sapere se questa cosa in Consiglio comunale è stata discussa, se qualcuno e chi dei consiglieri ha denunciato la cosa. E poi vogliamo sapere l'amministrazione comunale che ruolo ha in tutto questo. Noi vogliamo sapere, tutto.

Invito tutti i "rusulinari" a condividere questo appello in tutti gli spazi loro disponibili e se non riceviamo risposte chiare e forti (cosa peraltro di cui non dubito), di organizzare forme civili di protesta. Questi signori continuano a credere di avere ricevuto un mandato a farsi "i cazzi loro"... adesso basta, stanno sotterrando Rosolini sotto una montagna di merda!

martedì 27 ottobre 2009

Rewind - Rosso Mediterraneo


"Ennesimo sbarco di disperati sulle coste della Sicilia... e mi ritornano in mente le parole di parecchi mesi fa... nulla cambia, il mondo resta sempre lo stesso, gli uomini diventiamo sempre peggio..."

Le acque del mare, del nostro Mediterraneo, non sono più blu né, quando il sole picchia forte sulle infinite spiagge meridionali della Sicilia, verdi. Sono rosse. Sangue. Quello di migliaia di essere umani – così almeno loro credevano – sprofondati nell’abisso che separa il Continente nero dal mondo moderno.


L’omicidio misterioso di una ragazza diviene la notizia del secolo per anni e anni, la morte di centinaia di disperati al massimo lo è per cinque minuti. Questo è il nostro mondo moderno. Da cui io vorrei scappare, mentre loro sacrificano tutto quello che hanno – la loro vita – per raggiungerlo.


Tempo fa ascoltai un reporter che raccontava la sua esperienza in Africa. Ci andò perché volle capire come funzionava la migrazione di queste genti verso il nord. Le sue parole le ricordo come se le avessi ascoltate cinque minuti fa. Onde di sfiduciati che fuggono dalle loro terre e si ammassano ai confini dei paesi africani che si affacciano nel Mediterraneo. Intermediari senza scrupoli, figli del male di questo mondo, che li raccolgono e, ovviamente in accordo (con il denaro compri anche l’anima degli uomini) con le autorità locali, li guidano verso le coste. E da qui, la fuga diventa impresa. E per molti, morte.


Mi sento, ci sentiamo, impotenti. E allora diveniamo sordi. Alle loro urla disperate che il vento ci porta fin dentro le nostre case, ai pianti inconsolabili dei bimbi che mai diverranno adulti. Poi li incroci per strada – quelli che uno su mille ce la fa – e senti che sono diversi, pericolosi, sporchi. Siamo riusciti a deformare anche le nostre percezioni. E’ così. Perché in realtà sono molto più uguali a noi di quello che vogliamo credere. Provate ad immaginarli con dei bambini in braccio o che gli corrono intorno. Sono come noi, meglio di noi.


L’Italia ha deciso di abbandonarli, per paura di non sopravvivere a se stessa. Vuole alzare un muro, cosicché tutto quello che succede al di là di questo confine nulla ci riguarderebbe. Ma è come voler arginare una infiltrazione senza preoccuparsi di come e dove nasce questo problema. Vogliamo chiudere gli occhi dinanzi una tragedia immane. L’Africa è un continente violentato, stuprato dalla malvagità dell’uomo; è un continente derubato della sua dignità. Il nostro pianeta, dinanzi ad uno specchio, vedrebbe riflessa l’immagine dell’Africa. Terra ricca, forte, povera e debole.


Proverò a nascondere alla mia bimba le lacrime che il cuore sgorgherà quando, con l’innocenza dei suoi tre anni, si emozionerà dinanzi al mare, così immenso, così blu. Come proverò a non dirle che il cielo piange il suo dolore e riversa proprio nel mare le sue rosse lacrime. Come proverò a non spiegarle che lì in fondo, dove proprio mare e cielo sembrano toccarsi, degli uomini come me, delle donne come la sua mamma, dei bimbi come lei, ammassati come bestie fuggono disperati verso la loro morte.


Cristo si è fermato ad Eboli, Dio non so più neanche dov’è.




martedì 20 ottobre 2009

"Sta Terra"


Ci sono parole e note che sembrano scritte e suonate da te, ci sono concetti e musiche che avresti voluto dire e realizzare tu... ci sono emozioni che ti fanno sentire vivo, profumi che riconosceresti in qualunque luogo il destino ti conduca... ci sono Terre che ti negano la libertà sin dal tuo primo vagito, perchè ovunque tu vada forti catene ti tengono legata ad essa.

Ci sono La Kunturia e la Sicilia. Figli e Madre di un popolo a cui più pieghi la testa e più si sforzano di guardare il sole negli occhi.


"Ccà 'sta terra è 'n pararisu, ma scurdata ro Signuri,
ppa genti chi ri 'nfamia ni fanu u so misteri,
cu c'havi i sordi pava e cu non n'havi resta a peri,
d'amuri non si campa,
ma ri guerra si mori,

ma ri guerra si mori.

Ccà non c'è punti chi teni supra 'n mari 'i mangiatari,
s'ana pigghiatu puru lu me sangu e lu me cori,
ma c'haiu ancora ciatu ppi parrari e ppi cantari,
sunannu non si campa,
ma cu sta mutu mori,
ma cu sta mutu mori.

Comu si fa a irisinni ri ccà!
Suli, terra, ciauru ri limuni e zagara.
Comu si fa a irisinni ri ccà!
Terra ri pueti, sunaturi e tra la la!
Comu si fa a ristari ccà... 'nfamità.
Comu si fa a ristari ccà... senza libertà!

Ccà cu veni veni, trova sempri tavuli cunzati,
mangia mennuli ruci e 'ni lassa chiddi amari,
si iinchi a panza e a vucca ri prumissi e ri paroli,
cu ri spiranza campa, dispiratu mori,
dispiratu mori.

Comu si fa a irisinni ri ccà!
Suli, terra, ciauru ri limuni e zagara.
Comu si fa a irisinni ri ccà!
Terra ri pueti, sunaturi e tra la la!
Comu si fa a ristari ccà... 'nfamità.
Comu si fa a ristari ccà... senza libertà!"


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martedì 13 ottobre 2009

La politica


Liberamente tratto e reinterpretato da “Camilla che odiava la politica”, di Luigi Garlando

(per chi arriva fino in fondo, standing ovation)


«La politica fa vincere le buone idee e aiuta le persone a parlarsi».

«No, la politica lascia le scuole nuove a metà. E questo proprio perché le persone litigano»


«Ma la colpa non è della politica. La colpa è delle persone. La politica non fa male a nessuno».

«Non è vero, la politica deriva dalla parola polipo, ha i tentacoli».

Allora prendo penna e foglietto e scrivo la parola “politica” al centro di un foglio bianco.

«Il primo problema da risolvere è la parola “politica”. Proviamo a cambiare l’ordine delle lettere».

Sbarro con una croce la lettere “i” e la riscrivo sotto la parola “politica”, poi faccio lo stesso con la lettera “l”, con la “c”, la “a”, la “p” e via via con tutte le altre.

Alla fine leggo: «IL CAPITO».

«Benissimo. Ora la parola ha perso i tentacoli, non ha più nulla a che fare col polipo, ma le lettere sono le stesse e il significato pure. Anzi è ancora più chiaro».

«Ma cosa significa “il capito”?»

«La politica è il capito. Cioè: capire i bisogni delle persone e cercare di risolverli. Tutto qui. La gente ha sempre avuto problemi, ma non sempre ha trovato qualcuno che li aiutasse a risolverli. Pensa a tanti secoli fa, quando comandava il re o l’imperatore. I poveri contadini avevano bisogno di acqua per irrigare i campi, oppure volevano chiedere al re di non portarsi via i loro figli, perché se andavano in guerra non potevano raccogliere il grano. Ma come fare a dirglielo, se il re se ne stava chiuso nel suo bel castello? I poveracci, che puzzavano come me, non potevano mica entrarci. I re e gli imperatori stavano in alto, quasi in cielo, e la gente normale stava in basso, a terra. Nel mezzo c’era il vuoto assoluto. Ecco, la politica ha riempito quel vuoto, è la scala che ha unito il cielo alla terra».

«In pratica, bisogna creare ponti con le persone?»

«E’ proprio così: la politica è il ponte che unisce quelli che comandano a quelli che ubbidiscono. Ti faccio un esempio. Pensa se il tuo professore avesse detto in classe “Votiamo per decidere come sistemare i banchi in classe, ma votano solo i ragazzi, perché le ragazze non contano”. Come ti saresti comportata?»

«Avrei preso la cattedra del prof e l’avrei trascinata in corridoio…»

«Pensa che un tempo le donne davvero non avevano il diritto di voto. Il mondo era soltanto un affare di uomini. Anche in questo caso, la politica si è messa in ascolto e ha realizzato “il capito”. Dopo proteste, manifestazioni, articoli sui giornali, lotte, dibattiti, anche le donne hanno ottenuto il diritto di esprimere il loro pensiero attraverso il voto. E se la politica è capire i bisogni degli altri, la qualità migliore di un politico sarà sempre l’ascolto. Un sindaco non deve restare chiuso in municipio e augurare all’altoparlante la giornata perfetta, ma scendere in strada, attraversare il mercato e parlare con la gente in piazza, per capire cosa può fare per rendere quella giornata un po’ migliore».


Poi tiro fuori un altro foglietto e scrivo la parola “POLIS”.

«La polis era l’antica città greca. Come vedi, la parola “politica” non deriva da “polipo”, ma da “città”. La politica è una città dove tutti prendono parte alle decisioni e dove si realizza la volontà della maggioranza. Questo modo di comportarsi si chiama “democrazia”, che è un’altra parola greca. “Democrazia” significa, appunto, “governo del popolo”. Ricordi il re che stava chiuso nel suo castello, col ponte levatoio sollevato, e faceva quello che voleva? La politica ha abbassato il ponte levatoio, ha fatto entrare nel castello i contadini, i pastori, i commercianti e ora tutti insieme, con i loro consigli e le loro richieste, partecipano al governo del regno. Questa è la democrazia. Oggi, invece di andare tutti in piazza a votare per alzata di mano, ci vanno solo alcune persone che rappresentano tutti gli altri».

«Cosa vuol dire, rappresentano?»

«Quando una comunità di persone è molto numerosa, la politica si esercita così, per rappresentanza: noi scegliamo le persone che riteniamo più brave a sostenere le nostre idee e a fare le leggi più giuste. La democrazia è anche questa: il diritto di parlare e il dovere di ascoltare. La democrazia è sempre una moneta a due facce: dove c’è un diritto, c’è sempre un dovere. Ricordalo. Tu hai diritto ad ascoltare la musica, ma anche il dovere di non spaccare i timpani del tuo vicino di casa mettendola a tutto volume…»


Prendo il terzo foglietto e scrivo “MINISTRUM”.

«Non significa “ministro”, ai tempi degli antichi romani questa parola aveva un significato molto più comune. Prova a indovinare».

«Potente, importante, ricco, famoso».

«Ministrum significa “servo”».

«Servo?»

«Sì e se ripensi a tutto quello che ho detto, non c’è niente di strano. Il politico prima di tutto dev’essere un servitore. E’ al servizio della gente che ha bisogno e che lo ha eletto per risolvere i suoi problemi. Come hanno fatto tanti sindaci che hanno guidato le Città in passato, persone oneste, in gamba. A fine Ottocento c’era Gaetano, lo chiamavano il sindaco della michetta, perché aveva tolto la tassa sul pane per aiutare i più poveri che non potevano comprarlo. Il sindaco Virgilio, un secolo dopo, ha costruito l’ospizio per i vecchi e ci è morto dentro, come un poveretto qualsiasi. Poi venne Pietro, che era un medico famoso: arrivava in Comune in tram e non volle la segretaria personale, perché diceva che bisognava risparmiare e usare i soldi per le spese utili. Questi signori erano veramente servi della loro gente! Questa è la politica bella! Cosa fanno oggi, invece?»

«Si fanno portare a spasso su una Mercedes di lusso che hanno fatto comprare con i soldi nostri, mentre i bambini vanno a scuola sullo scuolabus scassato; si costruiscono le piscine nelle ville, dove non si poteva».

Prendo il foglio e lo capovolgo. La parola “ministrum” si legge adesso al contrario.

«Mi chiedi perché tanta gente parla male dei politici. Per questo: perché la parola MINISTRUM è stata capovolta e i politici oggi non sembrano più dei servi, ma dei padroni. Approfittano del potere che hanno per diventare come dicevi tu: potenti, ricchi, famosi… I soldi, è vero, servono per fare politica. Ma hanno capovolto anche questa frase. Ora LA POLITICA SERVE PER FARE SOLDI».

«Il cuore della politica, la politica vera, quella buona, è tutta in tre parole: ascoltare, partecipare, servire. IL CAPITO, POLIS, MINISTRUM».


«Ma perché porti la benda all’occhio anche se non sei cieco?»

«Per rispetto e ammirazione del mio cane Omero. Ha speso la vita per aiutare le persone non vedenti e, ora che è cieco, aiuta me. Lui sì che è un vero ministrum. Se la meriterebbe lui la fortuna di guardare il mondo a colori. Io cosa ho fatto di buono per avere due occhi sani? E così, in suo omaggio, ho deciso di chiudermene uno al giorno con la benda… Non sempre lo stesso, però. Le cose vanno viste una volta con l’occhio destro, una volta con l’occhio sinistro. E’ un buon allenamento per la democrazia. I politici dovrebbero sempre andare in giro bendati come pirati…»


Riflessioni finali:

Nonostante tutto continuo a credere che la politica non sia mai sporca. A volte sono sporche le mani che la trattano.

Quando non siamo da soli, siamo sempre una polis, cioè una piccola città, anche in due, e ognuno è chiamato ad essere ministrum, servo, dell’altro. Nessuno può permettersi di dire “Io non gioco”. Siamo tutti in campo per la stessa partita a tre tocchi: capire, partecipare, servire. Una mela può avere anche tre metà.